Oggi è la volta di Batallas, il capoluogo provinciale distante circa 15 km da Peñas e dove si trova l’altra parrocchia sostenuta dalla missione. Collaboriamo con la Cea (centro di salute alternativo) presente e con il centro di salud.

Siamo stati contattati per Emanuela, una signora tra i 70 e 80 anni, che si è fratturata la tibia cadendo. Crediamo sia stata trattata conservativamente, senza intervento chirurgico, tuttavia non ha intrapreso alcun percorso riabilitativo.

Bussiamo alla piccola porta azzurra di casa sua, entriamo e passando per il ristorante di sua proprietà saliamo al primo piano. La troviamo seduta a terra vicino ad un materasso ed immersa tra 1000 coperte, attorno a lei vi era del cibo e una bacinella per poter fare i suoi bisogni. Tutta la sua vita si sta consumando in quell’angolo di casa, accovacciata e piegata su stessa e con la possibilità di spostarsi da una parte all’altra strisciando a terra. Il mantenimento di questa posizione durante tutta la giornata ha portato il dolore ad essere insopportabile, i suoi muscoli a retrarsi, le sue articolazioni ad irrigidirsi tanto da non poter distendere più le gambe.

Oggi siamo in 3 a lavorare con lei, dato che ieri e’ arrivata Monica, la nuova fisioterapista, alla quale stiamo presentando la realtà, tutti i pazienti e i vari centri di salute. L’abbiamo sollevata e posta su di un letto al fine di poter sistemare e ripulire la zona in cui passa tutta la sua vita e per permetterci di lavorare in condizioni migliori, oltre che modificare la sua postura.

Non e’ stato facile tranquillizzarla e iniziare il primo contatto con lei, dato il forte dolore al solo sfiorare la gamba. Con molta pazienza, gentilezza, due chiacchiere e risate ha cominciato a riporre fiducia nel nostro lavoro e collaborare il più possibile per l’intera ora e mezza di trattamento.

Alla fine del trattamento siamo riusciti a raggiungere la posizione supina, la stazione seduta e per quanto possibile persino la verticalizzazione.

La felicita’ di questa donna nel sentire il suo dolore alleviato e nell’essersi seduta ed alzata in piedi e’ indescrivibile a parole. I suoi occhi esprimevano il reale ringraziamento per la nostra presenza e aiuto, accompagnato da mille “gracias Doctoritas, Gracias Doctor, no me abandonen por favor”.

Tra i mille ringraziamenti abbiamo cercato una posizione comoda e consona affinché il nostro lavoro non venisse sprecato nel giro di poche ore e abbiamo istruito la nipote a “posturarla” correttamente.

Tutta la parte di educazione alla persona e a chi l’assiste è fondamentale per la buona riuscita della riabilitazione, anche se a volte e’ estremamente difficile ottenere una collaborazione.

In primo luogo per questioni linguistiche: Emanuela parla quasi esclusivamente Aymara, la lingua autóctona típica dell’altipiano e per poter comunicare è essenziale la presenza di Mariela, la nostra intermediatrice culurale boliviana diventata ormai la nostra ombra. Non solo ci permette di comunicare, ma di costruire più velocemente un rapporto di fiducia con loro.

In secondo luogo perchè ci troviamo in un posto in cui il concetto di salute e prevenzione sono molto precari, quasi inesistenti . Nell’altipiano le persone sono strettamente legate al culto della PACHAMAMA ovvero alla madre terra con la sua ciclicità stagionale, per cui la malattia e’ vista come una rottura del legame con la terra e la conseguente perdita di energia vitale.

In terzo luogo la malattia o la disabilità sono considerate un peso, qualcosa da occultare.

Non è facile quindi muoversi in un contesto simile, in cui per altro la nostra opinione è surclassata dai curandero.

Entrare in punta di piedi nelle tradizione e credenze e’ la mossa vincente affinchè quest’ultime possano integrarsi con la nostra visione delle cose e con il nostro lavoro.