Julieta è  una ragazzina di ormai 16 anni che vive nella comunità di Peñas con i suoi genitori, i suoi fratelli e tutti i suoi animali tra galline, polli, gatti, cani.
In passato le è stata diagnosticata un’atassia cerebellare, ovvero una patologia del sistema nervoso che colpisce il cervelletto, centro della coordinazione dei movimenti muscolari. Ha moltissime problematiche motorie per quanto concerne l’equilibrio, la coordinazione e l’articolazione delle parole.
“Fisioterapiscamente” parlando  ci sarebbe molto lavoro da poter svolgere con lei. Ma a parte tutti questi paroloni, il problema fondamentale è che, con il passare del tempo, ha smesso di andare a scuola e di partecipare alle attività sociali. Non esce quasi più di casa se non per accudire e dare da mangiare ai chanchos (maiali). Passa le sue giornate a casa, curando gli animali, qualche volta il suo piccolo cugino, e aiutando a cucinare per il pranzo e la cena.
Ma è davvero quello che vuole fare?
La storia di Julieta in relazione al nostro progetto è molto lunga. Fatta di periodi di serenità e collaborazione, da alcuni periodi di completa assenza e sparizione. Più fisioterapisti infatti hanno tentato di cercarla a casa, ma la famiglia trovava ogni scusa possibile affinché non venisse con noi.
Non sappiamo il vero perché di questa discontinuità, sicuramente con il passare del tempo abbiamo capito come Julieta sia profondamente influenzata dalle decisioni della famiglia e in particolare dalla loro paura a mostrarla in pubblico.
La loro vergogna nell’avere una figlia malata li obbliga nel nasconderla al mondo. Stiamo agendo in un posto dove la disabilità non è  accettata, viene vista e vissuta come un peso e a volte come una punizione.
La svolta è avvenuta a Febbraio, quando la sorellina di Julieta, Marta, è  arrivata a bussare ad una finestra della parrocchia domandando di me. Non so bene come sia venuta a sapere della mia presenza e di chi fossi, fatto sta che è diventato il punto d’inizio per un nuovo lavoro insieme.
Aveva lavorato con Andrea (fisioterapista) fino a qualche settimana prima del mio arrivo, per poi sparire improvvisamente.
Il giorno dopo io e Marta (l’amica  che è  partita con me) andiamo da Julieta, dopo due chiacchiere la convinciamo a venire in parrocchia con la sorella. Per convincerle a entrare in parrocchia, Marta ha dovuto dire a chiunque ci fosse di sparire dalla circolazione affinché, entrando, nessuno vedesse Julieta.
Via di corsa dentro l’ambulatorio.
Le abbiamo offerto un mate con un pancito per la merenda (tea e pane) e giocando ho iniziato a valutarla.
Abbiamo riso, scherzato, disegnato, colorato, giocato a palla, scritto una piccola storia. Insomma, si è  divertita!
L’obiettivo di quella giornata è stato ANCHE valutare la sua situazione a livello fisioterapico, ma SOPRATTUTTO farla uscire di casa, farla divertire, farle sperimentare schemi motori nuovi, farla camminare, Riportarla alla vita sociale.
L’integrazione sociale è il vero fine ultimo del nostro operato.
In quel mese è venuta in parrocchia con la sorella almeno due volte a settimana. L’obiettivo con il passare dei giorni si è trasformato: presentare a Julieta una persona di cui potersi fidare, non mi sarei mai perdonata se tutto il lavoro fosse andato perso perché dovevo tornare in Italia. Ed ecco che nei nostri incontri le presentiamo Silvia, Paolo, Leoonela, Mariela ed infine di nuovo Andrea. Tutte persone che sicuramente si sarebbero fermate molti più mesi e con le quali avrebbe potuto continuare le attività.
Il primo giorno che sono arrivata a Peñas in questo viaggio, sono andata subito a trovarla con Giacomo (nuovo fisioterapista). la gioia da parte di entrambe nel rivederci è stata bellissima: l’abbraccio, le parole “te extrañaba” (mi sei mancata), la gioia inaspettata da parte della famiglia di vederci e nel chiedere fisioterapia perché, SECONDO LORO, ne necessitava è stato ancora più inaspettato.
In questi giorni è tornata molte volte. La merenda, giocare, ballare, aiutarci a cucinare con i ragazzi sono diventate occasioni per interagire con gli altri bambini della sua età.
Io non so quando tornerò, ma mi auguro che tutti i ragazzi che arriveranno dopo di me si occuperanno di questa ragazza. La sua voglia di conoscere e sperimentare stanno vincendo sulle antiche vergogne della sua famiglia.
Le voglio bene come se fosse una sorella.
Sicuramente passeremo altri bei momenti quando tornerò, perché sicuramente la troverò in mezzo agli altri ragazzi.